La Rivoluzione Del Gelsomino

Tunisia, la rivoluzione dei gelsomini: si investe in democrazia!

I giovani che si sono immolati per disperazione, gli avvocati scesi per strada per difendere i diritti civili e protestare contro la repressione, i blogger che hanno utilizzato i social network per diffondere le rivendicazioni e far conoscere la rivolta, i rapper che hanno veicolato le idee con i loro testi impegnati… sono loro che hanno fatto la rivoluzione. E non si sono al momento smobilizzati. Adesso gli scenari possibili sono tanti. E’ possibile in una cultura araba che possa veramente svilupparsi in una democrazia? solo il futuro potrà dircelo. L'esercito manterrà quella neutralità che fu cosi decisiva nel provocare la fuga dell'ex-presidente Ben Ali? I gerarchi al potere che la piazza non vuole più al governo cedranno il loro posto? I collaborazionisti che hanno accaparrato ricchezza grazie al regime si tireranno indietro? Quali elite politiche emergeranno dal nuovo corso allorché il movimento è stato essenzialmente spontaneo, non inquadrato ? E basterà un mandato internazionale contro Ben Ali per allontanare i fantasmi? Ma oggi la sola cosa che conta è l' entusiasmo dei tunisini per la libertà di espressione. “Investi in democrazia!” è lo slogan più popolare. A solo pochi giorni dalla fuga di Ben Ali, il processo di democratizzazione sembra inarrestabile. I media sono in piena effervescenza e cercano di tornare indietro su due decenni di censura. La stampa si risveglia, si compete a chi è più democratico e ci sono pure eccessi di zelo. C' è una frase che corre di bocca in bocca molto rivelatrice dell'atmosfera: “quello che si vende di più in questi giorni in Tunisia sono le giacche reversibili!”
Intanto la storia va avanti più veloce della diplomazia e i partner europei tradizionali della Tunisia osservano, disorientati. Dopo decenni di sostegno ad un regime repressivo e corrotto, nel nome della stabilità, si ritrovano oggi ben imbarazzati: parole maldestre, reazioni tardive, prudenza eccessiva rispetto all'andamento degli eventi. Con lo spauracchio dell'islamismo come possibile evoluzione. Ma siamo sicuri che le dittature siano un baluardo contro l'islamismo? O sono le dittature che contribuiscono a favorire l'islamismo con le loro società bloccate?
Si sapeva in Europa che in Tunisia non c’era democrazia? Qualche dubbio poteva pur sorgere. Nel 2005, l'organizzazione in Tunisia del Forum Mondiale per la Società dell'Informazione fece scandalo: come si poteva parlare di libertà dell'informazione in un paese in cui Reporter senza Frontiere era proibito, in cui giornalisti censurati facevano lo sciopero della fame, erano arrestati e condannati con processi arbitrari? Ben Ali aveva certo modernizzato il paese, riducendo drasticamente il tasso di alfabetismo. Aveva prodotto tutto quello che volevano vedere i partner: turisti sulle spiagge, supermercati pieni, imprese stranieri accolte con entusiasmo, liberalizzazione dei servizi, cooperazione attiva nella lotta al terrorismo,… Ma la deriva autoritaria del regime era chiara dagli inizi del 2000. La rivoluzione del gelsomino è diventata cosi sinonimo sia dell'emersione di una società civile in Tunisia che del fallimento delle diplomazie dei principali partner europei, in particolare di quella della Francia, ex-potenza protettrice. Non hanno capito il disagio sociale del paese ed hanno continuato fino all'ultimo a considerare amico il regime di Ben Ali. Allorché gli USA e l'Unione Europea hanno preso rapidamente, di fronte alla repressione delle manifestazioni, la decisione di opporsi a Ben Ali, i difensori del dossier per l'ottenimento da parte della Tunisia dello statuto di “partner avanzato” dell' U. E. (Francia, Italia, Spagna) hanno proseguito, per forza d’inerzia o perché troppo compromessi, nell' approccio di sempre, quello sicuritario, centrato sulla riduzione dei rischi relativi a islamismo e immigrazione. Cosi non hanno preso la misure del ruolo dei social network nel propagare il movimento e non hanno dato il giusto peso alla presa di distanza della gerarchia militare da Ben Ali. Si parla del “venerdì buio” delle diplomazie, quello in cui non hanno capito che il generale Rachid Ammar, rifiutando che l'esercito intervenga contro i manifestanti, aveva portato il colpo decisivo al regime.
Parigi oggi cerca di ricostruire una strategia diplomatica. A cominciare dalla sostituzione dell'ambasciatore. E si fa promotore del congelamento del patrimonio accumulato in Francia da Ben Ali e da sua moglie.
Quanto ai governi dei paesi dell'area osservano con attenzione il fenomeno perché il rischio di propagazione è alto. La febbre che ha sconvolto la Tunisia potrebbe essere un virus contaggioso.
In Tunisia, all'origine del movimento ci fu la disperazione di un giovane laureato, improvvisatosi fruttivendolo, che si dette fuoco il 17 dicembre. La polizia gli aveva sequestrato la bancarella con la quale cercava di aiutare la sua famiglia piena di debiti. Non fu che il primo gesto di questo tipo. Un' altro giovane si dette successivamente alle fiamme perché il padre gli rifiutò i soldi per emigrare in Italia, unica speranza per costruirsi un futuro. In tutto furono sette i suicidi. Ma lì, a Sidi Bouzid, quel gesto che chiedeva più giustizia sociale fu il detonatore del movimento. Perché? La solidarietà espressa dalla popolazione fu repressa con la violenza e la gente di Sidi Bouzid riuscì a fare sapere ciò che accadeva nella propria città e si diffuse così la reazione a catena. La protesta si mantenne alta per tutto il periodo. E anche oggi. Perché è da Sidi Bouzid che è partita la “carovana per la liberazione”, lunga marcia diretta a Tunisi per chiedere le dimissioni del governo di transizione. Quello che alcuni chiamano “una farsa” per la troppo presenza di ministri dell'ex-governo.
Gli stessi gesti di immolazione con il fuoco si moltiplicano adesso in paesi come Algeria, Egitto e Libia. Il detonatore dei disordini è ovunque correlato al rialzo abnorme dei prezzi dei beni di prima necessità, in particolare di grano e mais. I motivi dell'esplosione dei prezzi sono complessi. In questi ultimi mesi, i fattori climatici sono stati decisivi. Incendi nell'URSS, siccità in Ucraina, inondazioni in Australia,….hanno ridotto l'offerta. I paesi del Nord Africa hanno percepito di più il fenomeno perché il loro sistema di approvvigionamento dei prodotti di prima necessità è squilibrato, basato principalmente sulle importazioni. Ma il problema è globale e la sicurezza alimentare è diventata vera emergenza mondiale. Ci troviamo confrontati in effetti ad una riduzione drastica della produzione di cereali a scopo alimentare. Ne sono causa, in particolare, il riorientamento della produzione verso la trasformazione in biocarburanti e il cambiamento di abitudini alimentari dei paesi emergenti che integrano sempre di più la carne nella loro dieta, provocando cosi una pressione sui mercati in favore dell'allevamento di bestiame per la produzione di carne da macello. La superficie da coltivare resta sempre la stessa sulla terra, la matematica non mente. A tutto questo si aggiunge la speculazione.
In Egitto, in questi giorni, il modello Tunisia fa scuola. “Se i tunisini l'hanno fatto, possiamo farlo anche noi” è uno degli slogan scanditi nella manifestazione del 25 gennaio. Manifestazioni il cui bilancio è di 4 morti, di cui un poliziotto, e di 500 arresti. Oltre alle rivendicazioni di natura economica, i manifestanti chiedono lo scioglimento del Parlamento e le dimissioni di Mubarak. E' attraverso Facebook e Twitter che l'opposizione è riuscita ad organizzare azioni molto mobili e diffuse sul territorio portando per strada tra i 20 e i 50.000 manifestanti. Ma la situazione nel paese è molto diversa da quella tunisina per quanto riguarda la libertà d'informazione. Ampi settori della stampa rimangono liberi e, se si cerca di bloccare i blogger, non sono stati praticati interventi massicci come quelli usati in Tunisia di furto di password e oscuramento della rete.

27/01/11
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