Intervista all'autore di "I ragazzi di Via Bravetta"

L'11 febbraio 2011 le classi II I, I C, I D e III C hanno partecipato ad un incontro con l'avvocato Fulvio Melillo autore del libro " I Ragazzi Di Via Bravetta"

L'avvocato Melillo dopo averci salutato si è complimentato con i ragazzi delle prime per il lavoro svolto su dei cartelloni.

Come fanno le persone ad entrare in tribunale con una pistola?
Entrare in tribunale con una pistola è proibito. Il finale è romanzato a differenza del resto del libro che rappresenta una realtà tutta documentata. Poi il fatto che una persona possa entrare con una pistola in tribunale è fattibile perchè all'ingresso del pubblico c'è il metal detector mentre a quello per gli avvocati e i magistrati non c'è il metal detector e normalmente bisogna portare il tesserino, ma se una persona ha una borsa in mano ed è vestita con giacca e cravatta, allora non viene neanche controllata dall'agente di guardia la maggior parte delle volte. Quindi una persona può mettere anche un bazooka sotto il cappotto e distruggere tutto il tribunale. Tra l'altro la realtà supera la fantasia perchè qualche anno fa, quando scrissi il libro, in un tribunale di Viareggio in una causa di divorzio una persona entra in tribunale con una pistola, uccide l'ex moglie, l'avvocato e ha fatto una mezza strage. Quini vorrei ringraziare il tribunale di Roma, che è forse uno dei più importanti d'Italia, figurarsi nei tribunali di provincia con quale facilità si possono eludere il controlli. Quindi sembra assurdo ma in realtà è così.

Quando lei, nel libro, si rivolge al pubblico, lo fa usando un lessico più tecnico e più specifico oppure un lessico adattato a noi che lo leggiamo?
Io nella realtà cerco di far capire le cose più semplicemente possibile. Ma poi chiaramente dipende da chi mi trovo di fronte, nel senso che se sto difendendo un professore o un medico, etc posso parlare in un certo modo, se sto difendendo Giachini Andrea meglio parlare pane al pane vino al vino come si suol dire. Infatti avete trovato che il libro utilizza un linguaggio giuridico e termini tecnici che inevitabilmente ho dovuto usare. C'è anche il linguaggio della strada perchè certamente questi ragazzi del residence non erano dei lord. Quindi io ho riprodotto in maniera realistica quello che è il loro linguaggio. Infatti quando mi rivolgo a un ragazzo come Giachini Andrea che non ha certo una cultura elevata devo parlare in maniera molto semplice per fargli capire.

Per quale motivo ha scritto nel dettaglio tutta la vicenda giudiziaria e per quale motivo ha voluto inventare il finale?

Perché…è un romanzo, no? Dato che va di moda Romanzo Criminale e questo è una specie di romanzo criminale del residence che nel suo piccolo era colmo di criminalità, dove avveniva di tutto e di più e forse raccontare tutto quello che ho visto lì era interessante e poi il finale a sorpresa per chi vuole leggere o acquistare il libro forse è più accattivante. Poi c'era anche un altro discorso: io ho voluto che il finale rappresentasse un po' quella che è la delusione del cittadino di fronte ai problemi , di fronte alla giustizia italiana. Cioè nel senso che, anche se è sbagliato, ognuno di noi quando sente casi di clamorosa ingiustizia come potrebbe essere magari l'assassino che dopo qualche mese esce dal carcere e uccide ancora, il violentatore che dopo un anno esce dal carcere e va a violentare sempre la stessa donne ecc.., in tutti noi rimane il senso dell'ingiustizia e sembra quasi ovvio volersi fare giustizia da sé. Ciò ripeto non è corretto perchè comunque secondo il tribunale la vendetta privata non è ammissibile. Però ho voluto rappresentare nella vendetta del padre di Dritan quello che è un po' il sentimento comune del cittadino medio quando vede l'ingiustizia.

Come mai tra tutti i casi che ha seguito è stato proprio il delitto di via Bravetta ad ispirarle la produzione di questo libro?
Ci sono sue motivi:1. Il luogo dove è avvenuto l'omicidio che è il Residence di via Bravetta . È un posto che valeva la pena di essere raccontato per tutti i motivi che ho scritto nel libro. Forte Apache non l'ho inventato io, è un soprannome che già esisteva, quindi è un posto dove tutti i giorni avvenivano rapine a livello di supermercato, dove si vedevano immondizie incendiate. È un posto terribile, che valeva la pena di essere raccontato. Io già lo conoscevo , già avevo difeso queste persone sempre per reati minori, come furti, resistenza al pubblico ufficiale e quant'altro.
E poi il fatto che sia avvenuto un reato così grave: l'omicidio.
Noi avvocati facciamo quotidianamente processi penali, tuttavia l'omicidio non è che capiti così spesso. In quel caso mi era capitato l'omicidio. Tra l'altro difendevo un ragazzo che era anche innocente. Giachini Andrea è sicuramente un delinquente, tuttora sta al Regina Coeli, ma non è un assassino. Per vostra informazione zio Max sta a Rebibbia e Giachini Andrea sta a Regina Coeli e la scorsa settimana hanno arrestato il nipote di Andrea. Quella che si dice una famiglia per bene. Quindi questi, tutti quanti continuano a commettere crimini. Solo che fanno sempre queste: piccoli furtarelli, uno aveva una piantagione di Marijuana dentro casa. Insomma, un po' così. Però l'omicidio effettivamente non appartiene al loro modo di pensare. Loro commettono crimini per sopravvivere, quindi è un pò il loro “lavoro”. Quindi questo fanno:rubano. Ma l'omicidio no.
Tornando alla domanda, ho scritto il libro quindi per la gravità del reato avvenuto. Tra l'altro colgo l'occasione di dire che è uscito il mio secondo libro che si chiama “Johnny Mulo: il diario di un assassino” e anche questo ha lo stesso canovaccio. Cioè, si parla di atti processuali veri. In questo caso difendo due fratelli, con problemi psichiatrici, che hanno commesso una serie di reati e anche in questo il finale è romanzato. Tra l'altro, come accennava prima il prof. Fantera, c'è anche la prefazione del dott. Laurino che è criminologo nel delitto di Via Poma e di Arce che mi ha onorato della prefazione di questo libro.
In questo caso sappiamo il motivo futile che ha scatenato la furia omicida nel complimento a questa ragazza. “Come sei bellissima” una frase che disse questo ragazzo albanese all'italiana. Ma in fondo, secondo me, c'erano altri problemi: di convivenza, nei giochi di potere all'interno del Residence e anche per il razzismo perché questi albanesi non erano ben sopportati dagli italiani. Quindi una furia omicida clamorosa per un fatto di pochissima importanza. Ma io il razzismo lo dico anche a livello di media. Perchè di questo fatto, per quanto grave ed efferato, se ne è parlato pochissimo nei telegiornali, nei giornali.
Ma se fosse accaduto il contrario? Se un gruppo di albanesi, prende, sfonda l'appartamento di ragazzi italiani, li prende e li butta di sotto dal quinto piano, quanto se ne sarebbe parlato nei telegiornali e nei giornali? Quindi anche questo fatto ci fa riflettere, no?

Ma non pensa che il finale del libro può condurre il lettore a pensare “forse la giustizia privata è meglio”?
Il lettore può essere tentato a pensarlo, ma in realtà molti lo pensano veramente. Ogni volta che lo sentiamo, ripeto, uno deve avere la freddezza di capire che è sbagliato. Non so se avete sentito parlare di Izzo, il mostro del Circeo, aveva violentato, ucciso e, quando l'hanno scarcerato ha compiuto ancora lo stesso crimine. Allora il senso di vendetta si insinua in ognuno di noi. La vita è un'ingiustizia, quindi pensano questo: “ doveva morire”. Poi in realtà non è giusto perchè la pena di morte è una cosa determinante che non ammette errore perché negli USA esiste la sedia elettrica. In caso di errori giudiziari non può andar bene.
In quel finale ho voluto rappresentare questo senso di ingiustizia, poi è chiaro che uno leggendo un libro tende anche a farsi idee sbagliate; per quel finale io sento parlare i ragazzi, ad esempio della banda della Magliana come degli eroi, invece erano criminali. Bisogna distinguere la realtà dalla finzione.

Seguendo assiduamente le vicende degli stessi individui, è riuscito a capire le relazioni umane che si sono instaurate nell'ambiente famigliare? Ad esempio ci ha colpito come il carcere sia considerato un'esperienza ordinaria per i genitori degli implicati. Può parlarci di questo aspetto?
Si… Bisogna entrare nella mentalità di queste famiglie. Per loro è assolutamente normale commettere reati, ed è assolutamente normale che se le cose vanno male vadano in carcere. Quindi non c'è neanche tutta questa sorpresa. Sanno perfettamente che è un rischio che corrono, magari rubano 10 motorini, 9 vanno bene, ma il decimo no. Vendono quei nove e intanto si sono messi un po' di soldi da parte. Io non dico che non si rendano conto che fanno cose sbagliate, però le vivono con assoluta normalità. A zio Max, che adesso sta a Rebibbia, gli hanno dato un cumulo di pene fino al 2015. Lui ha 3000 pagine di penale. Esce dal carcere e continua a fare quello che fa sempre. Sa fare solo quello. Ha un disturbo bordeline della personalità. Io gli ho fatto fare perizie psichiatriche che gli hanno riconosciuto un vizio parziale di mente. C'è un pò di di differenza tra vizio parziale e vizio totale. Al vizio parziale di mente, cioè essere pazzi ma non troppo, fanno uno sconto di pena. Però la condanna la prevede. Invece con un vizio totale di mente, cioè essere incapaci di intendere e di volere, non si è imputabile e si finisce in un ospedale psichiatrico giudiziario, in sostanza quello che una volta era il manicomio.
Zio Max avrebbe tutti i requisiti per finire in quest'ultima categoria, però nessun perito ha detto che è totalmente pazzo. Lui ha, non dico una sorta di cleptomania, perchè poi è una cosa diversa, però ha un desiderio irrefrenabile di rubare motorini e quant'altro e lo farà tutta la vita, credo, ogni volta che uscirà dal carcere.
Però ritornando alla domanda che mi hai fatto, ripeto, è proprio una questione di mentalità. Queste famiglie sono così. Non è che i genitori si scandalizzano se il figlio ruba. E d'altronde potrei anche capire questi ragazzi che crescono con questi esempi. Con questi genitori che non hanno fatto nient'altro nella vita.
Mi viene in mente un aneddoto simpatico proprio sulla mentalità del delinquente. Io ero diventato avvocato da poco e difendevo un egiziano che aveva commesso un furto. Lo chiamo verso le quattro del pomeriggio e gli dico: “Guarda che domani c'è il processo” e lui parlando un po' alla romana mi dice: “Avvoca' mi chiama a quest'ora di pomeriggio?”. “Ma perchè sono solo le quattro del pomeriggio!”. “Io a quest'ora lavoro”. “Lavori? E che lavoro fai?”. “Sto a rubà i portafogli sull'autobus!”. “ Vabbè, scusa se ti ho disturbato”. In quel momento lui stava lavorando e io l'ho disturbato.
Vi ho raccontato questo aneddoto per farvi capire qual'è la normalità con la quale queste persone commettono crimini.
Per esempio un ragazzo che si chiamava Christian che si comportava bene era visto come un elemento negativo perchè non commetteva nemmeno un furtarello. Per noi è allucinante. In questo Residence molti ragazzi stavano lì perchè non pagavano o pagavano poco e avevano un loro sistema di affitti e subaffitti. Quindi c'era anche una questione di povertà e degrado.

Qui è intervenuto il prof. Fantera dicendo che i ragazzi del Morgagni hanno raccolto con, Working for Utopia, soldi per un progetto per una baraccopoli di Nairobi. Il giorno prima qualcuno ha rubato tutti i soldi. “ Questo non era mai accaduto perchè la comunità vigila sui propri beni. Cioè quello che per loro è forse l'emancipazione. Quindi come diceva prima l'avvocato: " Io non ho speranza, rubo motorini, mio padre rubava motorini. Se però mio figlio comincia a studiare ha un chance e magari poi va a fare una scuola superiore e poi magari un corso di laurea poi trova un lavoro ". Si inverte questo percorso, questo sistema.

L'avvocato Melillo:
Io infatti ho potuto raccontare anche qualche esempio positivo di chi c'è l'ha fatta. Come quel Francesco Enna che aveva problemi di droga e di alcool e poi è partito per Pomezia con la famiglia, o anche quei 2 o 3 ragazzi che sono stati assolti e hanno cominciato a lavorare. Insomma non è che se vivi in un posto sbagliato devi fare la stessa fine. Certo, l'ambiente sociale e famigliare non aiuta, però chi ha veramente volontà di uscire da questa situazione lo può fare. Devo dire che è una minoranza purtroppo, perchè la maggioranza che vive in questo contesto continua a commettere crimini.

Un fatto gravissimo che vi volevo sottolineare è che nel libro, tra il processo di I e di II grado, Eddy, il ragazzo albanese sopravvissuto, è a sua volta arrestato per furto e finisce in carcere. In quale carcere viene messo? Viene messo nello stesso carcere dove si trovano Giachini Franco e compagnia, quindi la vittima viene messa nello stesso carcere dell'aguzzino. E che cosa può accadere se il testimone chiave viene messo nella stessa prigione dell'assassino. O viene ucciso in modo che taccia per sempre o viene corrotto. Nel caso del nostro processo verrà corrotto. Tant'è vero che Eddy nel processo di II grado cambierà completamente versione dei fatti e comincerà a parlare di Ceppini Franco come un angelo pacificatore. Fortunatamente non verrà creduto. Però la cosa più grave che emerge è: come è possibile che venga fatto un errore così madornale, cioè mettere un testimone nello stesso carcere dell'assassino?

Volevo sapere che cosa significa “nun pisciamo mica cor ginocchio”
Questa è una frase loro. Vuol dire non dormiamo in piedi. É un modo di dire.

Volevo sapere se lei conosce il docu-film Bastogi, con cui abbiamo trovato molte analogie. Se dovessimo definire il genere del suo libro, si potrebbe dire che è un'opera documentaria con una funzione di denuncia sociale?
Si. Volendo si. In un ceto senso è giornalistico questo libro perchè racconta il processo, racconta la storia. Per esempio alcuni professori lo hanno apprezzato, mi hanno fatto i complimenti e mi hanno detto: “Lei fa lavorare” “io non faccio lavorare in questo libro”. Alla fine racconto quello che succede. Ognuno può farsi un'idea. Nel senso che tanto oggi certamente il mondo è pieno di assassini, anche Roma, anche a Corviale c'è una situazione simile.
Qualche anno fa vidi il documentario fiction Bastogi. Vedere quello vi da proprio l'idea di come ragionano le persone che ci vivono, queste madri che fanno i figli che stanno in carcere. L'atteggiamento è sempre quello. Sono due realtà che sono molto vicine. Anche se voi pensate che il Residence di Via Bravetta sorgeva qua vicino, vicino a Villa Pamphili persino. Non è che è una zona largamente degradata di Roma, tutt'altro.