Il Posto dell'Egitto!

IL POSTO DELL’EGITTO
(da «Per la Storia Mail», n° 39, febbraio 2011, a cura di Marco Fossati)

Dopo 18 giorni di protesta il popolo egiziano ha ottenuto un primo clamoroso risultato con le dimissioni del presidente e il suo allontanamento dal Cairo. Il governo del paese è passato ai militari che promettono di garantire una transizione ordinata e di organizzare, nel giro di alcuni mesi, libere e democratiche elezioni. Gli osservatori e l’opinione pubblica occidentali seguono gli avvenimenti mostrando solidarietà nei confronti di un movimento che chiede libertà e democrazia senza tuttavia nascondere la preoccupazione che il crollo del vecchio sistema politico egiziano possa determinare una diffusa instabilità di cui potrebbero giovarsi i gruppi fondamentalisti (e terroristi) islamici operanti nella regione. Le diffidenze maggiori si incentrano sulla vecchia organizzazione dei Fratelli Musulmani che in Egitto continua ad avere un forte radicamento.

6 OTTOBRE 1981: UNA DATA CHIAVE
Una grande parata militare sfila di fronte alla tribuna delle autorità egiziane. Passano carri armati, autoblindo. Nel cielo sfreccia una formazione di caccia supersonici. Improvvisamente uno dei camion incolonnati nel corteo frena. Quattro soldati balzano a terra impugnando fucili mitragliatori e corrono sparando verso la tribuna. La sequenza è fissata in pochi fotogrammi (www.youtube.com/watch?v=0hsY6DHvod0) in cui si coglie bene la rapidità dell’azione che lascia tutti, vittime e spettatori, incapaci di qualunque reazione. È il 6 ottobre 1981, il giorno dell’assassinio del presidente Anwar al-Sadat.Conviene ritornare a quelle immagini, e al loro significato, per ricostruire uno
scenario adeguato alla comprensione delle vicende egiziane di questi giorni.

I SOGNI SPEZZATI DEL NAZIONALISMO NASSERIANO
Sadat era a fianco di Gamal Abd el-Nasser quando, nel 1952, i Liberi Ufficiali egiziani abbatterono la monarchia di re Farouk che garantiva all’Inghilterra il controllo del paese dopo averne ceduto il protettorato (1922). Quel colpo di stato, presentato come una rivoluzione, aveva rappresentato una svolta importante per tutto il mondo arabo. Dopo la delusione per essere passati dal dominio ottomano a quello anglo-francese, alla fine della Prima guerra mondiale, dopo la frustrazione seguita alla sconfitta del 1948 nella guerra contro Israele, per la prima volta non solo gli egiziani, ma tutti gli arabi, dal Maghreb al Medio Oriente, trovavano un motivo di orgoglio e di speranza. La nuova repubblica egiziana, fondata sui principi di un nazionalismo laico, ispirato ai modelli europei, che non rifiutava la religione, ma non ne faceva il perno della sua politica, offrì un modello che venne seguito da molti movimenti di emancipazione anticoloniale nel mondo arabo.

LA CATASTROFE ARABA DEL 1967
Ma il nazionalismo arabo di Nasser, insieme al leader che lo incarnava, andò incontro a una storica sconfitta nel giugno del 1967, nella guerra dei sei giorni che segnò il trionfo di Israele, visto ormai da molti arabi come il nemico giurato, il segno tangibile della loro umiliazione. Quella sconfitta segnò la morte
politica di Nasser, ma gli egiziani continuarono ad amarlo: quando egli morì, tre anni dopo, si riversarono in centinaia di migliaia per le strade del Cairo a seguire piangendo il suo funerale. Sadat, nominato l’anno prima vicepresidente, era dunque il successore designato, secondo una formula costante in quella particolare accezione di repubblica in forma dinastica diffusa in molti paesi ex coloniali. La sua salita al potere non fu osteggiata, ma nemmeno accolta con particolare entusiasmo. Il nuovo rais non aveva il carisma di Nasser e i nostalgici del nazionalismo panarabo continuarono a tenere la fotografa
di quest’ultimo appesa alle pareti.

L’EGITTO dI SADAT
L’Egitto che Sadat ereditò era un paese povero che aveva pagato costi altissimi per tenere fede al proprio ruolo di leader della (fallita) rinascita araba. Privo di risorse petrolifere (i pochi giacimenti allora individuati erano nel Sinai, in mano agli israeliani), non poteva godere i vantaggi del Canale di Suez (sotto il suo controllo solo dal 1956) perché questo era chiuso da quando segnava la linea del fronte con Israele dopo l’instabile armistizio del 1967. Il greggio estratto dai paesi del Golfo viaggiava verso l’Europa sulle gigantesche superpetroliere che circumnavigavano l’Africa, mentre i paesi arabi, che si arricchivano di petrodollari, continuavano a lanciare sonanti proclami per la liberazione della Palestina, “la causa più sacra della nazione araba”. Intanto le città di Suez e di Ismailia, sotto il tiro delle artiglierie israeliane poste a poche centinaia di metri sull’altra sponda del canale, si svuotavano dei loro abitanti che rifluivano al Cairo andando a popolare, in centinaia di migliaia, le “città dei morti”, i grandi cimiteri che, dal tempo dei Memelucchi, si stendevano a est, ai margini del deserto.

LA “VITTORIA” DEL KIPPUR
La cosiddetta guerra di attrito fra Egitto e Israele fu interrotta nel 1970. Sadat coltivava un altro progetto per regolare i conti con Israele. E lo mise in atto tre anni dopo con la guerra del Kippur. Sicuri della loro superiorità gli israeliani furono colti alla sprovvista. Contingenti egiziani riuscirono a passare sull’altra sponda del canale e a penetrare nel Sinai costituendovi una testa di ponte. Per la prima volta dal
1948 gli arabi si trovavano all’attacco. È vero che la fase della “vittoria” non durò molto, che un contingente israeliano, guidato da Sharon, passò il canale nella direzione opposta e che in pochi giorni sarebbe potuto arrivare al Cairo. Ma per l’Egitto fu sufficiente aver dimostrato che Israele non era imbattibile. E Sadat fu ben contento di sottoscrivere l’armistizio imposto dall’ONU.

UN CAPO DI STATO ARABO A GERUSALEMME
La vittoria, effimera e limitata, del Kippur aveva restituito l’orgoglio all’Egitto. Ma sarebbe stato davvero assai poco se tutto si fosse limitato a quello. Il capolavoro politico di Sadat fu di trasformare quell’avvenimento nella base di una trattativa con Israele che non sarebbe più apparsa come il cedimento
a una potenza superiore. La proposta “terre in cambio di pace”, che gli israeliani avevano mosso fin dal 1967, poteva ora essere negoziata in posizione di parità. È così che si arrivò agli accordi di Camp David (1978), premessa della pace israelo-egiziana frmata a Washington il 26 marzo 1979. Ma prima ci fu lo storico viaggio di Sadat a Gerusalemme il 19 novembre 1977: era la prima volta che un leader arabo metteva piede in Israele e ne riconosceva la legittimità prendendo la parola davanti alla Knesset, il parlamento israeliano.iSi trattò di un punto di svolta fondamentale, di cui sarebbe impossibile sot-tovalutare la portata. Ancora oggi, il riconoscimento del nemico compiuto da Sadat in quell’occasione rappresenta il perno di qualunque politica di pace in Medio Oriente. E l’importanza di quel gesto appare tanto più grande di fronte alla sconsolante situazione di stallo in cui si presentano oggi i rapporti fra gli arabi e gli israeliani, a causa principalmente della miope politica dei governi da cui questi ultimi sono stati rappresentati in questi anni.

IL SOSTEGNO AMERICANO
La pace con Israele fu per l’Egitto una vera liberazione. Il paese tornò in possesso del Sinai e poté riaprire il traffico nel Canale di Suez ricominciando a incassarne i pedaggi. Cessato il ritmo infernale delle guerre che lo avevano dissanguato per trent’anni, l’Egitto ricominciava a respirare. Ma la pace separata con Israele aveva avuto un prezzo. Il riconoscimento accordato a quello stato che, nelle carte ufficiali dei paesi arabi, era (ed è tutt’ora) indicato come “entità sionista”, valsero all’Egitto l’ostracismo. Accusato di tradimento dagli stati vicini, espulso dalla Lega araba, boicottato da 18 stati musulmani che interruppero
le relazioni diplomatiche con il Cairo, l’Egitto fu costretto ad appoggiarsi sempre di più agli Stati Uniti e Sadat fece di tutto per agevolare l’afflusso di capitali occidentali attraverso la politica definita “della porta aperta” (inftah). Questo non risolse la crisi economica e sociale del paese che continuò ad aggravarsi (nel gennaio del 1977 vi furono decine di morti, centinaia di feriti e migliaia di arresti per la “rivolta del pane”). Anche se la popolazione egiziana aveva mostrato la sua soddisfazione per la pace finalmente raggiunta votando in larga maggioranza a favore del referendum che doveva ratificarla, cresceva l’opposizione politica a Sadat ed egli, nel tentativo di reprimerla con provvedimenti polizieschi, non fece che aumentare il proprio isolamento.

«HO UCCISO IL FARAONE!»
Gli aiuti stranieri contribuivano a rafforzare l’apparato del regime e ne alimentavano la corruzione rendendo la figura di Sadat sempre meno popolare. Contro di lui cominciò a essere usato l’appellativo di “faraone”, che abbiamo sentito gridare contro Mubarak, e che mai sarebbe stato attribuito a Nasser. Gli egiziani dei gruppi di opposizione, sia nazionalisti nasseriani nostalgici sia fondamentalisti religiosi, lo accusavano di aver fatto la pace con Israele solo per il proprio personale vantaggio. I gruppi dell’estremismo religioso, in particolare, non gli perdonavano, oltre al viaggio a Gerusalemme, anche la netta opposizione assunta nei confronti della rivoluzione khomeinista in Iran (in fuga dal suo paese lo scià Reza Pahlavi ottenne asilo politico al Cairo, prima di rifugiarsi negli Stati Uniti). In questo clima maturò l’attentato del 6 ottobre 1981 messo in atto dal gruppo Takfr wa-l Egira (Espiazione e Pelle-grinaggio), staccatosi dal movimento dei Fratelli Musulmani. Il tenente Khaled Islambouli, durante il processo che lo avrebbe condannato alla pena di morte, rivendicò orgoglioso le raffiche di kalashnikov da lui sparate quel giorno dicendo: «Ho ucciso il faraone!» Con queste parole voleva indicare soprattutto l’oppressore e il tiranno e al tempo stesso il nemico della fede, il faraone appunto, il pagano, l’idolatra che aveva abbandonato la via dell’islam e si era convertito alla corrotta religione del capitalismo e dell’Occidente.

LA SCONFITTA DEL NAZIONALISMO ARABO RILANCIA IL FONDAMENTALISMO RELIGIOSO
L’assassinio di Sadat è stato, sotto molti aspetti, l’atto di nascita del terrorismo islamista che avremmo imparato a conoscere, negli anni a venire, prima sulla scena mediorientale e poi su scala planetaria, in modo sempre più aggressivo fino al culmine dell’11 settembre 2001. Non può essere considerato solo una coincidenza il fatto che, fra le centinaia di arresti che seguirono
l’attacco del 6 ottobre, vi fosse anche quello di Ayman al-Zawahiri, il medico egiziano divenuto poi il braccio destro di Bin Laden e il portavoce ufficiale di al Qaida.Fallite le promesse del nazionalismo laico, stavano diventando altri i modelli che orientavano i moti di ribellione nell’universo arabo-islamico. Gli eroi a cui ispirarsi erano i mugiahiddin afghani che combattevano le forze di occupazione dell’Unione Sovietica, atea e materialista, e lo facevano in nome dell’islam e della difesa delle loro antiche tradizioni. Quelle speranze di riscatto che una trentina d’anni prima venivano affidate al panarabismo di Nasser e al nazionalismo dei movimenti di liberazione, si orientavano adesso verso la umma, la comunità dei musulmani, che avrebbe ritrovato la forza di un tempo solo rinnovando le sue tradizioni e rifiutando le tentazioni corruttrici dell’Occidente.

LA SUCCESSIONE A SADAT: MUBARAK
Mubarak era il vice di Sadat, candidato, quindi, a prenderne il posto. Quel 6 ottobre era seduto di fianco al presidente nella tribuna d’onore. I pochi fotogrammi che fissano la scena lo mostrano prima della cerimonia, un po’ a disagio, mentre con due dita cerca di allargarsi il colletto dell’uniforme da parata. Poi, subito dopo la sparatoria che lo ha lasciato miracolosamente incolume, si vede mentre lo trascinano via, in mezzo ai corpi a terra e le sedie rovesciate. La successione alla presidenza avvenne senza scosse e gli indirizzi politici dell’Egitto rimasero invariati. In particolare, il nuovo presidente non mise in discussione la pace con Israele, che aveva provocato l’espulsione dell’Egitto dalla Lega Araba e l’interruzione delle sue relazioni diplomatiche con tut-
ti gli altri paesi della regione. Mubarak, che nel 1977 non aveva accompagnato Sadat a Gerusalemme, si guardò però bene dal ripetere il viaggio del suo predecessore. La pace con Israele rimase una pace fredda, come fosse stato un atto necessario, ma compiuto di malavoglia. Certo non vennero promosse iniziative per rinforzare le relazioni con lo stato ebraico, il quale, dal canto
suo, non fece nulla per incoraggiarle e anzi, da lì a poco, con l’invasione del Libano (1982) confermò che la sua prima opzione, nel rapporto con gli arabi, era quella militare.

UN ALLEATO DELL’OCCIDENTE
L’Egitto aveva fatto la sua scelta di campo, e la mantenne. Mentre Mubarak negoziava, faticosamente, il rientro del suo paese nelle istituzioni internazionali arabo-islamiche (nel 1989 la sede della Lega Araba tornò al Cairo e l’Egitto vi riprese il suo posto) il sistema delle relazioni politiche in tutto il Medio Oriente era stato profondamente sconvolto dalla rivoluzione iraniana.
La caduta dello scià, nel gennaio del 1979, aveva trasformato in un implacabile avversario il principale alleato degli Stati Uniti nella regione, proprio quando l’Unione Sovietica si accingeva a giocarvi un ruolo da protagonista con l’occupazione dell’Afghanistan. Per l’America l’Egitto diventava un alleato sempre più importante che valeva la pena di sostenere finanziariamente. La cosa risultò anche più evidente quando l’Iraq di Saddam Hussein, fallita l’aggressione contro l’Iran che era sfociata in otto anni di guerra (1980-1988), giunse a scontrarsi con gli stessi paesi occidentali che lo avevano sostenuto nel
tentativo di distruggere la Repubblica islamica fondata da Khomeini. L’invasione irachena del Kuwait (agosto 1990) diede inizio alla Guerra del Golfo in cui l’America di Bush (padre) investì tutto il suo prestigio di grande potenza convinta di essere ormai sola a far da arbitra ai destini del mondo. Nella grande coalizione di forze che si concentrò in quei mesi sulle rive del Golfo Persico
gli Stati Uniti e l’Inghilterra inviarono i contingenti maggiori. Ma subito dopo venivano gli egiziani che andarono in circa cinquantamila a combattere fra le sabbie della Mesopotamia. Il gesto fu apprezzato e l’anno successivo l’America, gli stati del Golfo e quelli europei condonarono all’Egitto un debito da 20 miliardi di dollari, contratto con il FMI, e furono pronti a sottoscriverne un altro (cfr. The IMF’s model pupil, Economist, 18 marzo 1999)

LA “GUERRA SPORCA” CONTRO IL TERRORISMO
Generosamente finanziato dagli Stati Uniti, l’Egitto di Mubarak divenne sempre di più, negli anni, il loro fedele alleato nella regione e, in questo ruolo, svolse un’importante opera di mediazione fra Israele e le autorità palestinesi quando, sotto la presidenza Clinton, si arrivò al reciproco riconoscimento delle due parti (Accordi di Oslo, 1993) e alla formulazione di un progetto di pace (Camp David, 2000) poi irrimediabilmente fallito. Intanto, sul piano interno, il regime rafforzava il suo apparato poliziesco nel confronto con le opposizioni di cui i Fratelli Musulmani rappresentavano sempre la parte più organizzata e diffusa. Ma è nella lotta al terrorismo interno che Mubarak e il suo governo hanno messo in campo il massimo di violenza repressiva, facendo ricorso a incarcerazioni illegali, torture e uccisioni. Il gruppo più pericoloso era chiamato Al-Gama’a al-Islamiyya e il suo leader, Omar Abdel-Rahman, ora in carcere negli Stati Uniti, è considerato anche il primo attentatore delle Torri Gemelle di New York, sotto le quali fece esplodere un camion-bomba nel 1993. Le torri non crollarono, allora, ma sette persone rimasero uccise e moltissime altre ferite. In patria, i terroristi islamisti egiziani si concentrarono sull’uccisione di personalità, sia politiche sia della cultura, indicate come ostili alla religione. Soprattutto però lanciarono una intensa campagna di attentati contro i turisti per colpire, in questo modo, una delle maggiori fonti di entrata per l’Egitto da quando la pace con Israele (con i grandi resort turistici sorti nel Sinai) aveva riaperto il flusso dei visitatori stranieri. L’attacco più grave ebbe luogo il 17 novembre 1997 a Deir al Bahari, presso Luxor, quando un gruppo di uomini armati aprì il fuoco contro i visitatori del tempio di Hatshepsut, vicino alla Valle dei Re. Cinquantotto persone rimasero uccise, la maggior parte di nazionalità svizzera. L’economia egiziana subì conseguenze devastanti.

L’OCCIDENTE, GLI ARABI, LA DEMOCRAZIA
I metodi sbrigativi del governo di Mubarak, in questo non dissimile da quello di altri paesi arabi, vennero utilizzati nella lotta al terrorismo, dopo l’11 settembre, anche dagli Stati Uniti che, ai tempi di Bush (figlio), dirottavano nelle prigioni egiziane i personaggi sospetti da interrogare in forme che il sistema giuridico americano non avrebbe potuto tollerare. È il caso, fra gli al-
tri, di Abu Omar, il sospetto fiancheggiatore di gruppi terroristici, che venne sequestrato nel febbraio del 2003 a Milano da agenti della CIA, i quali lo condussero illegalmente al Cairo per consegnarlo ai servizi segreti egiziani. Il caso può essere considerato eccezionale, anche se non si trattò di un episodio isolato. Esso illumina un certo tipo di rapporti intrattenuti dalle democrazie occidentali con i loro alleati arabi. Che si tratti di Abu Ali in Tunisia o di Mubarak in Egitto, pur con le indubbie e grandi diversità che vi sono fra questi due casi, abbiamo visto infatti regimi esplicitamente antidemocratici e abbondantemente corrotti e violenti, sostenuti fno all’ultimo dai governanti americani ed europei proprio in nome della difesa di quei valori occidentali che, senza di loro, sarebbero stati minacciati dal fanatismo religioso. Quello che non sarebbe mai stato possibile in America o in Francia è stato invece più che tollerato nell’amica Tunisia e nel fidato Egitto. Anzi, era considerato meglio così. Meglio che non ci fosse troppa democrazia in quei paesi, con il rischio che ad approfittarne fossero gruppi considerati ostili, come i Fratelli Musulmani. Il pensiero sottinteso in questo ragionamento è che la democrazia non è “adatta” agli arabi (e ai musulmani), dato che potrebbero farne un uso sgradito. Non è stato così nel 1991 in Algeria dove il Fronte Islamico di Salvezza, allora non ancora un movimento terrorista, venne messo fuori legge perché aveva vinto le elezioni? E non fu così nel 2006 quando Hamas vinse le elezioni palestinesi (peraltro giudicate impeccabilmente democratiche dagli osservatori internazionali)? La scelta degli elettori non fu gradita da Israele che decretò l’embargo su Gaza per punirli. I pae-si occidentali, chi più chi meno, si accodarono. Andranno così le cose anche questa volta, in Egitto? È lecito sperare di no, se non altro perché gli orientamenti della presidenza americana, dopo qualche tentennamento iniziale nelle dichiarazioni di Obama e di Hillary Clinton, sono state di segno diverso. Ma la situazione è ancora molto aperta e la caduta di Mubarak è solo il primo passo di un processo complesso i cui sviluppi si misureranno solo con
il passare del tempo.