Guerra Civile Costa D'Avorio
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Negli anni compresi tra il 2002 e il 2004 la Costa D’avorio visse una terribile guerra civile. La guerra fu guidata da Giullaume Soro, che accusò il presidente Laurent Gbagbo di essere un dittatore.
La pace fu firmata il 4 Marzo del 2007 a Ouagadougou da entrambe le fazioni in conflitto. I due punti chiave che permisero il raggiungimento dell’accordo furono il disarmo e l’identificazione. Il secondo punto riguardava il riconoscimento della cittadinanza ai milioni di Ivoriani considerati ribelli espulsi e provati persino dei loro documenti. L’accordo di pace prevedeva inoltre che Soro assumesse il ruolo di primo ministro del presidente Gbagbo. Dopo otto anni di processo di pace, tuttavia, la Costa D’Avorio si trova nuovamente a un passo dalla guerra civile.

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Il 28 Novembre 2010, infatti, Alassane Ouattara vince il ballottaggio finale delle elezioni. Dopo un mese e mezzo da quella data l’ex presidente Gbagbo è ancora al governo. Dichiarato illegittimo dalla comunità internazionale egli è sempre più isolato, mentre l'Ecowas (la comunità di stati dell'Africa occidentale, di cui anche la Costa d'Avorio è membro) minaccia di muovere l’esercito per imporgli di lasciare il potere e intanto taglia i flussi di denaro.
Ma Gbagbo rimane lì, nel Paese che ha trasformato in un fortilizio assediato, mentre i suoi sgherri, a loro volta, assediano Alessane Ouattara, il legittimo presidente, costretto a vivere in un albergo di Abidjan, protetto dai caschi blu dell'Onu. Così l’aria di guerra civile esplosa nel 2002 è tornata a farsi strada tra gli abitanti della Costa D’Avorio. L’obiettivo di Gbagbo è chiaro: temporeggiare. Più passa il tempo, infatti, e più è probabile che la comunità internazionale venga distratta da altri teatri caldi, dimenticandosi di lui e lasciandolo dov'è. Ma ha anch’egli il tempo contato: tra tre mesi, dopo il blocco del credito, il governo non avrà più soldi per pagare l'apparato militare che lo tiene in piedi. Dovrà allora decidere se farsi da parte, negoziare un accordo di divisione del potere con Ouattara oppure incendiare il Paese.
Più isolato di Gbagbo, a questo punto, è soltanto Ouattara, chiuso nel suo albergo in attesa che il suo rivale si faccio da parte o sciolga l’assedio, oppure di una forza internazionale che lo liberi.
Dopo le minacce di interventi militare lasciati a mezz’aria, sembrerebbe che finalmente qualcosa si stia movendo. L’Ecowas, infatti, è passata dalle parole alla pianificazione strategica. Martedì 18 Gennaio 2011 i vertici militari dei Paesi membri dell'organizzazione si sono incontrati a Bamako, nel Mali, per mettere a punto l'intervento. In questa data, i generali, hanno stabilito prima di ogni cosa un’operazione di evacuazione dei civili provenienti dai paesi che parteciperebbero all’eventuale invasione
Inoltre, il Primo ministro del kenya, Raila Odinga, che era stato inviato dall’Unione Africana per tentare di convincere Gbagbo a riconoscere la sconfitta delle elezioni presidenziali, dichiara ogni tentativo di mediazione fallito. Dopotutto, il presidente Gbagbo non ha nessuna intenzione di creare un contesto in cui possa affiorare un dialogo
In seguito all’incendio avvenuto l’8 Febbraio, che ha devastato il terzo e il quarto piano della Banca Centrale Ouattara ha deciso di invocare un blocco delle importazioni di cacao ivoriano, il principale propulsore dell’economia del Paese, a pari del caffè e del petrolio. Con le dogane ferme e il traffico portuale inesistente a Gbagbo non restano che il racket e il pizzo alle poche imprese ancora in grado di lavorare.

Nel mese di Gennaio Gbagbo non ha pagato le pensioni né gli stipendi agli insegnanti. Gli unici che hanno visto soldi sono i 55 mila agenti e militari che lo tengono in sella e gli oltre 100 mila funzionari, o meglio “funzionari”, poichè in realtà il loro compito è quello di dare credibilità a una finzione. Proprio in vista di questi dati l’idea generale è che forse non sarà necessario ricorrere alle armi: il presidente Gbagbo, infatti, ha bisogno di 100-150 milioni di dollari al mese per pagare l'apparato repressivo che lo protegge, soldi che non ha e che non riuscirà a mettere insieme. E, senza denaro, anche la lealtà dell'esercito si squaglierà velocemente. Se infatti l’appoggio militare dovesse venire a mancare, a Gbagbo non rimarrebbe che issare bandiera bianca e negoziare una uscita di scena onorevole.

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L’atmosfera di tensione ha rinviato gli scontri, ma a Marzo 2011 la guerra c’è, anche se in pochi se ne sono accorti. Lo stallo politico si è trasformato in crisi conclamata e in migliaia fuggono dal conflitto che è alle porte. Il vero simbolo del disastro è la città di Abidjan, dove si stimano vive circa un milione e mezzo di persone, tutte schierate con Ouattara. Tra le mura di queste città, infatti, le forze governative danno da tempo la caccia ai sostenitori di Ouattara. Per strada si vedono cadaveri abbandonati che nessuno osa rimuovere per paura di essere uccisi in strada: il clima in città è surreale
Gbagbo si sta giocando il tutto per tutto: è rimasto isolato politicamente, diplomaticamente e soprattutto economicamente. La Banca Centrale dell'Ecowas, gli ha chiuso i rubinetti e ha minacciato di sanzioni tutte le banche private che avessero continuato ad operare nel Paese. Il ban sulle esportazioni di cacao, richiesto da Ouattara, ha neutralizzato il motore dell'economia e il porto di Abidjan è fermo
Ma il leader Laurent non cede. Dal 28 febbraio, la popolazione è senza elettricità. Fonti del governo di Gbagbo spiegano che si tratta di un taglio imposto da ragioni techiche, ma nessuno ci crede: è un altro mezzo per fiaccare una popolazione ostile. Non funzionano più le macchine per filtrare l'acqua e anche gli ospedali sono in tilt. La Costa d'Avorio è ormai sull'orlo del baratro.
Il 4 Marzo i capi di stato dell’Unione Africana si sono riuniti in Mauritania per tentare di trovare una soluzione alla crisi. L’Unione ha concesso loro sino a fine Marzo per trovarla
Il presidente Gbagbo, intanto, ha vietato agli aerei francesi e dell’unione europea di sorvolare e atterrare sul territorio, allo scopo di ostacolare il ritorno di Ouattara in Costa D’Avorio. L'annuncio arriva dopo che il rivale, Alessane Ouattara, ha lasciato l'hotel di Abidjan dove era barricato da dicembre per recarsi ad un meeting in Etiopia sotto la protezione dell’UE
Tuttavia gli alleati di Ouattara hanno reso noto di non considerare valido il divieto, in quanto è stato emesso da un presidente "illegittimo". Il giorno 11 Marzo, Ouattara riceve le prime minacce di morte
Il 16 Marzo la situazione Ivoriana giunge ad una fase decisiva: Gbagbo deve trovare una decisione diplomatica o dichiarare guerra. Sono state infatti numerose le sconfitte subite da Laurent, la peggiore delle quali da un punto di vista diplomatico, quando l’Unione Africana si è schierata ufficialmente a favore di Ouattara, dopo un lungo periodo di incertezza. Strangolato economicamente, con un rivale che ormai gode del pieno sostegno della comunità internazionale e sostenuto da una guerriglia, al presidente non rimane molto da fare, anche perché pare che i conflitti interni tra le sue forze armate stiano diventando sempre più frequenti. Migliaia di sostenitori dell'ex presidente ivoriano Gbagbo si sono riuniti in una base militare ad Abidjan per arruolarsi in massa il 21 Marzo e assiepata intorno al quartier generale hanno scandito slogan come "I ribelli moriranno".
Ad Abidjan è guerra nei primi giorni di Aprile, quando le milizie accerchiano la residenza dell’uscente presidente Gbagbo, assediandolo con scontri continui.
Il nucleo più forte dei consiglieri dell’ex-presidente è composto dai pastori evangelisti che da mesi vanno ripetendo a Gbagbo che lui è stato scelto da Dio come suo emissario, che deve realizzare la sua missione.
Il 5 Aprile, finalmente, Gbagbo apre le trattative della resa
Il gruppo dei fedeli stretti attorno all'ex-presidente chiedono la fine delle ostilità e l'abbandono da parte di Gbagbo del posto di comando a condizione che egli riceva la totale protezione da parte dell'Onu
Tuttavia Ouattara dichiara che l’ex presidente “Non vuole la resa, vuole solo perdere tempo”. Per questo motivo ha deciso di lanciare l'offensiva finale contro Laurent Gbagbo e di assaltare il palazzo presidenziale, dove si è rifugiato. In seguito a questa azione arriva la smentita di Gbagbo: “Ho vinto le elezioni e non intendo negoziare la mia partenza”. A quanto pare al signor presidente è sfuggito un insignificante dettaglio: quello di aver perso le ultime elezioni.

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La crisi ivoriana è di nuovo al punto di partenza e più il tempo passa, più cresce il nervosismo. La speranza comune a questo punto è che Gbagbo presto si stanchi, resti senza acqua, cibo e risorse e si arrenda. Ma finora si è mosso come se avesse già programmato tutto
Lo stallo viene rotto l’11 Aprile, quando gli uomini delle forze speciali francesi sono riusciti a catturare Laurent Gbagbo, costretto agli arresti nella sua dimora. Successivamente Ouattara, legittimo presidente, ha annunciato l’apertura di una procedura giudiziaria contro l’ex presidente, allo scopo di chiarire ogni violazione dei diritti umani. I tre legali di Gbagbo, che non desiste, avrebbero invece denunciato molti omicidi e torture messe in atto dai fedelissimi dell'attuale presidente Alassane Ouattara
Ma gli sforzi dell’ex presidente si riveleranno vani, perché in stato d’arresto, la guerra civile può dichiararsi conclusa. Adesso l’unica preoccupazione è riportare la Costa D’Avorio al suo stato iniziale, con tutti gli aiuti e supporti umanitari che saranno necessari allo scopo

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