Dossier Libia

GEOGRAFIA
La Libia si affaccia a nord sul Mar Mediterraneo e dove si trova il Golfo della Sirte. Confina a nord-ovest con la Tunisia. A ovest con l’Algeria. A sud con il Niger e il Ciad e a sud-est con il Sudan e a est con l’Egitto. La parte costiera è pianeggiante, mentre verso l’interno il paesaggio presenta delle alture ondulate. La parte orientale del Paese è occupata dal Deserto Libico.

SOCIETA'
Più di altre società maghrebine, quella libica è caratterizzata da un forte razzismo verso le popolazioni nere. Il traffico di clandestini non aiuta la comprensione reciproca. Nel Paese vive anche una minoranza berbera, che non si integra alla perfezione, ma che non viene neanche particolarmente discriminata.

ECONOMIA
Gli idrocarburi rappresentano il 75 per cento delle entrate dello Stato che ne controlla il mercato. L’agricoltura è praticata nelle oasi e nelle zone di Tripoli e Bengasi e le produzioni principali sono legate alla coltura dell’olivo. Meno diffuse la pesca e l’allevamento. L’embargo ha reso obsoleti gli impianti di estrazione e raffinazione del petrolio. L’apertura diplomatica di Gheddafi ha permesso la concessione di nuove licenze ad aziende straniere che punteranno a sfruttare maggiormente i pozzi già esistenti e investiranno nella ricerca di nuovi giacimenti. La Libia è stata, fino a oggi, il centro di smistamento dell’immigrazione clandestina verso l’Europa che produceva un enorme indotto economico. I paesi occidentali, in cambio delle aperture politiche, chiedono un controllo maggiore delle frontiere. La distensione dei rapporti favorirà la rinascita del turismo, soprattutto nel sud del Paese dove ci sono delle rovine romane preziosissime.

POLITICA
La storia moderna del Paese è assolutamente segnata dalla figura di Gheddafi. Campione di trasformismo, ha sempre agito secondo gli interessi del momento. Gheddafi è stato un rivoluzionario ma ha sempre tentato di accreditarsi come statista di spessore internazionale, mediando i tanti conflitti nel corso degli anni. Ha cavalcato, a momenti alterni, il panarabismo o il panafricanismo. Ha assunto atteggiamenti anti-occidentali, ma ha recuperato la sua apertura verso i vecchi nemici al momento opportuno. La Rivoluzione ha cancellato qualunque altro partito dalla vita politica del Paese, anche perché Gheddafi si è sempre accreditato come interprete di tutte le possibili svolte politiche: il concetto stesso di Terza via, cioè di un socialismo che rispettasse la cultura islamica, ha finito per conciliare le due anime prevalenti del mondo arabo: il nazionalismo e la religiosità.

MASS MEDIA
Le sanzioni hanno rallentato la diffusione della telefonia cellulare e di internet. La stampa non ha voci che non siano governative o filo-governative, come la televisione o la radio. La comunicazione satellitare si diffonde ed è abbastanza libera, soprattutto sulla costa, ma è all’inizio.

STORIA
Nel 1551 la Tripolitania passò sotto il dominio ottomano.
Nel 1711 un ufficiale dell'esercito turco, Ahmed Karamanli, si rivoltò al sultano e staccò la Libia dall'Impero ottomano, divenendo sovrano della Libia e fondando la dinastia Karamanli, che regnò sulla Libia per i successivi 124 anni. Ahmed continuò a riconoscere nominalmente la sovranità ottomana ma in realtà aveva creato uno stato de facto indipendente. Nel corso del suo regno conquistò Fezzan e la Cirenaica. Il suo successore, Ali I (1754-1793), fu però corrotto e inefficiente e portò il paese sull'orlo della guerra civile verso la fine del secolo.
Nel 1795 uno dei tre figli di Ali, Yusuf, vinse la guerra civile contro il padre e il fratello e divenne pascià di Libia. Si alleò con Napoleone e sconfisse sia gli Inglesi che gli Ottomani.Yusuf rafforzò la flotta libica, che nel 1805 era composta da 24 vascelli ben armati (solo cinque anni prima erano 11). I Karamanli prosperano proteggendo le attività dei pirati, che facevano base nel porto di Tripoli, e favorendo attivamente il commercio degli schiavi destinati alle colonie americane.
Con l'indipendenza degli Stati Uniti d'America, le navi americane nel Mediterraneo persero la protezione della Royal Navy, che dovettero iniziare a pagare tributi diretti ai pascià di Algeri, Tunisi e Tripoli. Il rifiuto di Jefferson di acconsentire all'innalzamento dei tributi condusse alla Prima guerra barbaresca (1801-1805), in cui i marines occuparono la città di Derna.
L'attività corsara nel Mediterraneo irritava sempre di più le potenze europee, ed alla fine le pressioni sull'impero ottomano perché abolisse il commercio di schiavi e combattesse la pirateria ebbero effetto: nel 1835 il Sultano della Sublime Porta rimuove i Karamanli dall'incarico di suoi rappresentanti, ristabilendo il proprio dominio diretto sulla Libia.
Pochi anni dopo, nel 1843 Muḥammad ibn Alī al-Sanūssī, capo di un importante movimento religioso, si stabilisce in Cirenaica e fa proseliti in tutta la Libia

La storia della Libia è soprattutto una storia di dominazioni. Prima fu colonia italiana, poi povera monarchia, fino a trasformarsi nel regime del colonnello Muammar Gheddafi. E oggi, con la guerra civile che sta dilaniando il Paese, il Paese sta lottando per scrivere finalmente una nuova pagina.
Il 'suol d'amore' conquistato nel 1911
Il rapporto tra Tripoli e Roma si snoda attraverso un secolo di storia. Il 28 settembre 1911, l'esercito di Vittorio Emanuele III iniziò le operazioni in Tripolitania e Cirenaica contro le truppe dell'Impero ottomano. L'Italia era, infatti, desiderosa di guadagnarsi il proprio posto al sole alla pari delle altre grandi potenze europee.
ARMI NON CONVENZIONALI. Durante la guerra italo-turca si utilizzò per la prima volta l'aeroplano e, il 23 ottobre 1911 e il primo novembre venne sganciata la prima bomba aerea, grande come un'arancia. Purtroppo quello fu solo l'inizio della sperimentazione militare italiana in Africa, che conobbe diversi capitoli tragici come l'uso dei gas, sia in Libia sia in Etiopia.
Il conflitto contro gli ottomani terminò con la presa di Tripoli e il 18 ottobre 1912 fu firmato il Trattato di Ouchy (Losanna) che cedeva all'Italia i territori libici. La dominazione italiana, un 'ritorno' secondo la retorica dell'epoca alla grandezza dell'impero romano, fu repressiva e violenta, soprattutto nei primi anni di occupazione nei quali il generale Rodollfo Graziani portò a termine la 'pacificazione' del territorio.
Esecuzioni pubbliche e deportazioni di massa
Secondo alcune stime, tra il 1911 e il 1932, furono più di 20 mila i libici uccisi, la maggior parte con l'accusa di ''collaborazionismo'' con i ribelli, che si opponevano al controllo della madrepatria.
IL LEONE DEL DESERTO. Le esecuzioni, dopo processi sommari, avvenivano all'aperto e in pubblico. Come nel caso dell'impiccagione del 77enne Omar al-Muktar, detto il Leone del deserto, eroe della resistenza anti-italiana che il 16 settembre 1931 venne giutiziato a Soluch, a sud di Bengasi, per ordine personale di Mussolini. Le ultime parole del patriota, la cui effigie compare sulle banconote libiche, furono quelle di un celebre versetto coranico: «A Dio apparteniamo e a lui ritorniamo».
LA QUARTA SPONDA. Dal 1930 in poi, in piena epoca fascista, le forze italiane promossero anche la deportazione di migliaia di cittadini. Circa 100 mila libici, provenienti dall'altopiano della Cirenaica, focolaio del risentimento anti-italiano, furono trasferiti forzatamente nel deserto della Sirte, in campi di concentramento e 'rieducazione'.
Sempre in quegli anni, Benito Mussolini confiscò le “zavie”, centri spirituali e assistenziali, e sbarrò con campi minati la frontiera con l'Egitto. Nel 1939 decretò, poi, la creazione della 'Quarta sponda', cioè la Libia costiera. La nuova frontiera dell'utopia coloniale.
SOTTO ITALO BALBO. Il periodo più florido e meno repressivo della dominazione italiana fu il governatorato di Italo Balbo, dal 1934 al 1940. In sei anni vennero costruite diverse opere dal regime fascista. Prima fra tutte, la superstrada Balbia che univa Tripoli a Bengasi e dove si svolgeva ogni anno una gara automobilistica collegata a una lotteria nazionale. Decine di migliaia furono, poi, gli italiani, per lo più meridionali, che cercarono di trovare in Libia quel benessere che era loro negato in patria.
Dalla Seconda Guerra mondiale al Trattato di amicizia
Con lo scoppio della Seconda Guerra mondiale, il Nord Africa fu uno dei fronti caldi nel quale l'Italia subì umilianti sconfitte da parte dell'esercito alleato.
DOMINIO BRITANNICO. Il 22 gennaio 1943, dopo aver annientato le truppe nazifasciste a El-Alamein, la Gran Bretagna pose la Libia sotto la sua dominazione fino alla risoluzione dell'Onu del 15 dicembre 1950, con la quale la il Paese divenne indipendente.
I rapporti fra la Repubblica italiana e la neonata monarchia libica vennero regolati solo nell'ottobre 1956 con un trattato bilaterale (ratificato dal Parlamento italiano nel 1957) che prevedeva un accordo di collaborazione economica e regolava in via definitiva tutte le questioni fra i due Stati derivanti dalla risoluzione Onu.
RAPPORTI BILATERALI. L'Italia si impegnò a trasferire alla Libia tutti i beni demaniali e, a saldo di qualunque pretesa, corrispose al governo di Tripoli la somma di 5 milioni di sterline. Lo stesso trattato assicurava la permanenza della comunità italiana residente nel Paese garantendo i diritti previdenziali e di proprietà. In particolare l'articolo 9 si stabiliva: «Il governo libico dichiara (..) che nessuna contestazione, anche da parte dei singoli, potrà essere avanzata nei confronti delle proprietà di cittadini italiani in Libia, per fatti del governo e della cessata amministrazione italiana della Libia, intervenuti anteriormente alla costituzione dello Stato libico».
GHEDDAFI E L'ESODO ITALIANO. L'avvento di Gheddafi (leggi il profilo) grazie al colpo di Stato del primo settembre 1969 che rovesciò la monarchia di re Idris I, portò all'adozione di misure più restrittive nei confronti della comunità italiana, fino al decreto di confisca del 21 luglio 1970 emanato con l'obiettivo di «restituire al popolo libico le ricchezze dei suoi figli e dei suoi avi usurpate dagli oppressori». Circa 20 mila italiani, nel corso del “piccolo esodo”, furono costretti così a lasciare il Paese perdendo ogni bene e proprietà.
Il valore dei beni confiscati da Tripoli è stato calcolato in 200 miliardi di lire per il solo valore immobiliare. Se a questi si sommano i depositi bancari e le varie imprenditoriali, la cifra supera i 400 miliardi di lire, circa 3 miliardi di euro.
Gheddafi assume il controllo della gestione del petrolio, chiude le basi militari straniere e avvia una riforma agraria accompagnata da un ambizioso progetto di irrigazione delle terre desertiche. Viene attuata una riforma delle istituzioni basata sulla creazione di una serie di organismi (i "comitati") volti a promuovere la partecipazione politica popolare a tutti i livelli istituzionali e avvia una politica sociale ed economica che nel giro di pochi anni produce un notevole innalzamento dei livelli di vita della popolazione libica.

Se sul piano interno i risultati ottenuti da Gheddafi sono decisamente positivi, su quello internazionale l'attivismo del colonnello provocherà alla Libia non pochi problemi. Il sostegno dato da Tripoli a una nutrita schiera di movimenti armati (dall'Ira nell'Ulster all'Olp in Palestina, dal Fronte Polisario nel Sahara occidentale al Frolinat in Ciad, senza trascurare i Fronti di liberazione latinoamericani) scatena contro la Libia le ire degli Stati Uniti, che vedono in essa uno sponsor del terrorismo mondiale, iniziando una guerra non dichiarata contro il regime di Gheddafi

Dal 1980 i cieli del Mediterraneo centrale diventano teatro di frequenti battaglie aeree tra le aviazioni dei due paesi (la strage di Ustica sembra il "danno collaterale" di una di queste azioni di guerra) finché, nel 1981, la marina americana abbatte due mig libici sul Golfo della Sirte. L'escalation del conflitto si ha nel 1986, quando l'aviazione americana bombarda Tripoli e Bengasi allo scopo di eliminare il colonnello, che reagisce lanciando due missili Scud contro la base Nato di Lampedusa (mancandola). Obiettivi dei bombardamenti sono le case dove Gheddafi era solito dormire e, in uno di questi bombardamenti, muore la figlia più piccola del leader libico. Ma la vendetta della Libia contro gli Stati Uniti non si fa aspettare: nel 1988 un aereo di linea della PanAm precipita a Lockerbie, in Scozia, a causa di un attentato. Muoiono 270 persone, tra cui 189 americani.

Da quel momento inizia una lunga battaglia diplomatica per costringere la Libia ad estradare i terroristi responsabili dell'azione. Il rifiuto di Gheddafi provoca l'isolamento diplomatico e la condanna internazionale del suo regime, che dal 1992 viene sottoposto dall'Onu ad un rigido embargo economico internazionale. Il braccio di ferro dura fino al 1999, quando il colonnello accetta che i sospetti vengano processati da un tribunale internazionale secondo le leggi scozzesi. A ciò fa seguito la fine delle sanzioni e una rapida ripresa dei contatti politici ed economici internazionali, soprattutto con i paesi dell'Unione europea (Italia in primis) e con quelli africani. Gheddafi avvia anche un processo di modernizzazione e occidentalizzazione delle istituzioni politiche ed economiche del paese. Il colonnello apre all’Occidente e prende sempre più le distanze da regimi che non godono delle stesse simpatie. Il suo cammino di 'redenzione' si compie il 15 maggio 2006, quando gli Usa riaprono ufficialmente la loro sede diplomatica a Tripoli.

L'AMICIZIA CON IL CAVALIERE. L'ultimo atto dei rapporti tra Roma e Tripoli è stato interpretato, nel 2008, dal Colonnello e dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Il 30 agosto 2008 è stato infatti firmato, a Bengasi, il Trattato di amicizia e cooperazione in base al quale l'Italia si è impegnata a pagare 5 miliardi di dollari alla Libia come risarcimento per l'occupazione militare. In cambio, la Libia ha garantito la messa in atto di misure per combattere l'immigrazione nel Mediterraneo e gli investimenti, miliardari, delle aziende italiane nel Paese (leggi).
Una partnership economica che ha creato non pochi imbarazzi all'Italia dopo lo scoppio delle rivolte in Libia e la repressione violenta del raìs.


21/03/2011
Emergency condanna la guerra in Libia

L'organizzazione chiede l'apertura di un corridoio umanitario per portare soccorso alla popolazione

Ancora una volta i governanti hanno scelto la guerra. Oggi la guerra è "contro Gheddafi": ci viene presentata, ancora una volta, come umanitaria, inevitabile, necessaria.
Nessuna guerra può essere umanitaria. La guerra è sempre stata distruzione di pezzi di umanità, uccisione di nostri simili. "La guerra umanitaria" è la più disgustosa menzogna per giustificare la guerra: ogni guerra è un crimine contro l'umanità.
Nessuna guerra è inevitabile. Le guerre appaiono alla fine inevitabili solo quando non si è fatto nulla per prevenirle. Se i governanti si impegnassero a costruire rapporti di rispetto, di equità, di solidarietà reciproca tra i popoli e gli Stati, se perseguissero politiche di disarmo e di dialogo, le situazioni di crisi potrebbero essere risolte escludendo il ricorso alla forza. Non è stato questo il caso della Libia: i nostri governanti, gli stessi che ora indicano la guerra come necessità, fino a poche settimane fa hanno finanziato, armato e sostenuto il dittatore Gheddafi e le sue continue violazioni dei diritti umani dei propri cittadini e dei migranti che attraversano il Paese.
Nessuna guerra è necessaria. La guerra è sempre una scelta, non una necessità. È la scelta disumana, criminosa e assurda di uccidere, che esalta la violenza, la diffonde, la amplifica. È la scelta dei peggiori tra gli esseri umani.
Ai governanti che vedono la guerra come unica risposta ai problemi del mondo, rivolgiamo di nuovo l'appello del 1955 di Bertrand Russell e Albert Einstein nel loro Manifesto:
"Questo dunque è il problema che vi presentiamo, netto, terribile ed inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l'umanità dovrà rinunciare alla guerra?".
Come ha scritto il grande storico statunitense Howard Zinn: "Ricordo Einstein che in risposta ai tentativi di 'umanizzare' le regole della guerra disse: 'la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire'. Questa profonda verità va ribadita continuamente: che queste parole si imprimano nelle nostre menti, che si diffondano ad altri, fino a diventare un mantra ripetuto in tutto il mondo, che il loro suono si faccia assordante e infine sommerga il rumore dei fucili, dei razzi e degli aerei".
Emergency è contro la guerra, contro tutte le guerre. Ce lo impongono la nostra esperienza, la nostra etica e la nostra cultura, la nostra umanità prima ancora che la nostra Costituzione.
Chiediamo che tacciano le armi e che si riprenda il dialogo, anche attraverso l'invio degli ispettori delle Nazioni Unite e di osservatori della comunità internazionale; chiediamo l'apertura immediata di un corridoio umanitario per portare assistenza alla popolazione libica.

Da: www.peacereporter.net


L'EDITORIALE
Gran confusione nei cieli d'Europa
di EUGENIO SCALFARI

GIORNALI di tutto il mondo, i nostri compresi, scrivono da giorni che c'è grande confusione. Lo dicono anche i governi, gli stati maggiori delle varie forze armate, i politici e le persone interrogate per strada.

C'è grande confusione sulla guerra di Libia, sulle sollevazioni africane e mediorientali (alle quali proprio in queste ore si sono aggiunte la Siria e la Giordania), sull'uso del nucleare, sui debiti sovrani, sugli schieramenti internazionali, sui flussi migratori. I grandi paesi emergenti, Cina India Brasile Russia Sudafrica, cominciano ad elaborare una posizione politica comune che sia alternativa a quella dell'occidente, cioè del Nord- America. L'Europa, come sempre, è divisa in due, forse in tre se non addirittura in quattro pezzi. Divisa su tutto: sul caso Gheddafi, sull'immigrazione, sull'energia atomica, sull'economia.

Ma c'è grande confusione anche sui concetti che sembravano chiari, sul significato di parole che sembravano univoche, su valori che sembravano condivisi: il fondamento della morale, il pacifismo, la democrazia, la dignità della donna. Perfino la libertà. Perfino l'eguaglianza. Perfino i diritti e i doveri.
Si direbbe che, quasi d'improvviso, il gomitolo della storia non riesca più a svolgersi, i fili si sono imbrogliati inestricabilmente, i nodi sono arrivati al pettine tutti insieme, la cruna dell'ago è ostruita. Babele trionfa e trionfano la ferocia l'astuzia la Suburra.

Bisogna dunque cercare il capo del filo e svolgerlo per poter capire qualche

E il capo del filo, sul terreno concreto, oggi sta in Europa perché è proprio qui in Europa che il groviglio è diventato più inestricabile e la confusione ha raggiunto il massimo.

La risoluzione dell'Onu ha stabilito che la popolazione civile della Libia sia protetta dalla Comunità internazionale contro le operazioni poliziesche e militari di Gheddafi. Protetta con tutti i mezzi disponibili ed efficaci per fermare Gheddafi, con l'esclusione di sbarcare truppe a terra. La "no fly zone" è uno degli strumenti, ma non il solo, anche perché porta con sé logicamente la distruzione degli impianti gheddafiani a terra e in volo: aeroporti, flotta aerea, installazioni radar, batterie contraeree. Ma poiché l'obiettivo è quello di tutelare la popolazione civile bisogna anche distruggere il sistema dei trasporti militari, le armi pesanti di cannoneggiamento, i mezzi blindati. Insomma bisogna disarmare Gheddafi. Infine, sempre ottemperando alla risoluzione dell'Onu fatta propria dall'Unione europea, bisogna applicare sanzioni economiche e impedire che il raìs riceva rifornimenti di armi.
In teoria tutti si sono dichiarati d'accordo con questi obiettivi salvo alcuni membri del Consiglio di sicurezza dell'Onu (Russia, Cina, India, Brasile, Germania) che però, astenendosi, hanno consentito che l'operazione "protettiva" partisse.

Tralasciamo la bega tra Italia e Francia sul comando dell'operazione: ormai è stato deciso che il comando sarà affidato alla Nato. Ma questo non cambia granché, salvo forse un rallentamento burocratico-operativo sul terreno.

Resta il problema di fondo: che farà Gheddafi?

Se la risoluzione dell'Onu sarà interpretata in modo limitato, Gheddafi resterà al potere a Tripoli e aspetterà che la presenza degli stranieri nei cieli libici e nel mare cessi. La "no fly zone" non potrà durare in eterno, prima o poi la coalizione dei "protettori" si scioglierà, il dispositivo militare sarà smantellato e tutti se ne torneranno a casa. Tutti salvo ovviamente Gheddafi e il suo esercito mercenario. I rifornimenti di armi riprenderanno e in Libia tutto ricomincerà da capo salvo l'alleanza dei "protettori" che una volta sciolta non si riformerà più.
Prima che ciò avvenga bisogna dunque avviare un negoziato.

Questa sequenza l'hanno capita tutti, più o meno tardivamente. L'hanno capita gli americani, l'Onu, la Nato, i francesi, gli italiani, la Turchia, la Lega araba, la Lega africana. Tra il capire e il fare c'è però di mezzo… Gheddafi. Non se ne andrà in esilio se non sarà con le spalle al muro. Farà ogni sorta di promesse, giurerà di "fare il buono", accetterà di emanare una Costituzione democratica e libere elezioni, lo giurerà sulla testa dei figli e dei nipoti. Tutto, pur di restare al comando. L'esilio no, non lo accetterà se non sarà ridotto all'impotenza.
Nel suo caso l'impotenza significa: senza più esercito, senza più mercenari, senza più consenso, senza più macchina di propaganda, senza più ricchezze se non quanto necessario al suo (lauto) sostentamento. Di fatto prigioniero nel suo bunker e con la denuncia alla Corte dell'Aia per crimini contro l'umanità pendente sul suo capo come avvenne per Milosevic.

Solo se ridotto in queste condizioni accetterà l'esilio come salvavita. Perciò se la risoluzione dell'Onu di protezione della popolazione civile libica deve essere rispettata il solo modo praticabile è quello di ridurre Gheddafi in quella condizione. Altrimenti diciamo che è stato tutto un macabro e dispendiosissimo scherzo.
È pienamente comprensibile che i Paesi definiti dalla sigla Bric (Brasile, Russia, India, Cina) puntino a questo risultato: l'umiliazione degli Usa, dell'Europa, di quello che un tempo si definiva Occidente. Ma che sia questo anche l'obiettivo della Germania è incomprensibile a meno che, per la Germania, l'umiliazione della Unione europea sia un punto di passaggio per instaurare l'egemonia tedesca sull'Europa. Egemonia non soltanto economica (quella già c'è) ma anche politica.

Quell'egemonia ha ormai un solo ostacolo: la Francia, guidata da un leader che qualcuno descrive come un personaggio da avanspettacolo. Quanto a noi, in fatto di avanspettacolo non accettiamo lezioni da nessuno. Infatti siamo noi che, dopo i primi tentennamenti, abbiamo considerato la Francia come il nemico o almeno il rivale numero uno. Sarkozy forse fa ridere ma la Francia è la Francia e purtroppo noi facciamo ridere tutti anche in circostanze nelle quali si dovrebbe piangere.

In realtà la sola questione che interessa chi detiene la "golden share" del governo italiano, cioè Bossi, è quella degli immigrati. Lampedusa è stata fin qui l'agnello sacrificale: è stata lasciata sola perché si è voluto che rappresentasse visibilmente, sotto gli occhi delle televisioni di mezzo mondo, una popolazione di cinquemila abitanti ridotti allo stremo ed una popolazione di ottomila immigrati ridotti in condizioni disumane.
Alla fine anche Maroni, che aveva vaticinato l'apocalisse senza aver preparato nulla per fronteggiarla, si è reso conto che la soglia dell'insopportabilità era stata varcata e ha preso (apparentemente) le misure per fronteggiarla requisendo due navi da crociera per sgombrare l'isola. Ci vorrà una settimana ma la sgombrerà, ma fino all'altro ieri non l'aveva fatto. Perché? Non ci vuole una gran fantasia ma a lui non era venuto in mente nulla.
Resta tuttavia un mistero: dove sistemerà, sia pure provvisoriamente, gli ottomila immigrati? E come fronteggerà quelli che nel frattempo continueranno ad arrivare?

Finora sono arrivati dalla Tunisia o meglio dai campi allestiti al confine tra Libia e Tunisia dove novantamila profughi si sono accalcati da quando in Libia è scoppiata la guerra civile. Ma ora le partenze sono cominciate anche dalla costa libica, dai campi di concentramento allestiti da Gheddafi dove a questo punto tutti i paletti sono saltati.

Questi campi erano un inferno e c'era gente di ogni provenienza: africani di Eritrea e di Etiopia, sudanesi e perfino neri provenienti dall'Africa equatoriale e subsahariana. La strada era di migliaia di chilometri e la Libia era la tappa verso il Mediterraneo.

Gheddafi faceva il carceriere. Berlusconi lo pagava per questo, petrolio a parte. Adesso il raìs ha altre cose cui pensare e semmai si serve del flusso di migranti per dimostrare la necessità di rimettere in sella un carceriere della sua stazza.

Voglio qui trascrivere un pensiero di Luigi Einaudi, un liberale conservatore che in realtà fu una grande persona che fa onore al nostro Paese.

"Le barriere giovano soltanto a impoverire i popoli, a inferocirli gli uni contro gli altri, a far parlare a ciascuno di essi uno strano e incomprensibile linguaggio, di spazio vitale, di necessità geopolitiche e a far pronunciare ad ognuno di essi esclusive scomuniche contro gli immigrati stranieri, quasi che fossero lebbrosi e quasi il restringimento feroce d'ogni popolo in se stesso potesse, invece di miseria e malcontento, creare ricchezza e potenza".

Questo scrisse Einaudi in un discorso pronunciato all'Assemblea Costituente il 29 luglio del 1947. Parole che sembrano scritte oggi. Gettate al vento in un Paese del quale fu il primo presidente della Repubblica appena nata.

Questa è la deplorevole, mortificante, lacerante situazione in cui ci troviamo mentre il Parlamento, forte d'una maggioranza che sta in piedi solo perché una ventina di deputati ricatta con successo il presidente del Consiglio, si occupa dei problemi giudiziari dell'imputato Silvio Berlusconi: cancellare i processi colpendoli con la legge "ad personam" sulla prescrizione brevissima, sollevare il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale, intimidire i magistrati con la responsabilità civile personale.

La Lega acconsente perché ha il suo tornaconto e passa all'incasso. Almeno il suo è un ricatto politico ma gli altri sono ricatti di altro genere. Passano all'incasso gli "irresponsabili" dei vari gruppi di parlamentari comprati con cambiali che ora debbono esser pagate per non andare in protesto; passano all'incasso le veline e le escort, passano all'incasso i difensori d'ufficio e anche gli esiliati "pro tempore" come Scajola.

A me a volte Berlusconi fa tenerezza. Ma se penso allo scempio che ha fatto di questo Paese la tenerezza cede il posto ad un sentimento di giustizia che non saranno le aule giudiziarie a soddisfare ma l'isolamento morale e la disfatta politica che le sue azioni e omissioni si sono ampiamente meritate.
(27 MARZO 2011)